sabato 27 giugno 2015

All' Hôtel de Rambouillet..."Unbroken"






Titolo: "Unbroken"
Autore: Laura Hillenbrand
Casa Editrice: Mondadori
Edizione: 2 Dicembre 2014
Pagine: 464
Prezzo: € 9,99 ( versione digitale per dispositivi iOS con iBooks 1.3.1)
Consiglio: La prima edizione di questo libro è stata pubblicata nel 2012 da Mondadori con il titolo "Sono ancora un uomo". Volendo leggere la versione cartacea ho aspettato 2 mesi perchè la libreria Mondadori di Piacenza non riusciva a trovare il libro, e ci credo, nel frattempo era stato ristampato con un titolo diverso...



Leggere è un modo per assaggiare vite diverse dalle nostre, per vivere in luoghi e tempi diversi dagli attuali.
Una biografia poi, se scritta con onestà e senza ricorrere ad aggiunte romanzate, può aprire nuove finestre e farci vedere il mondo da angolazioni non considerate prima.
Io , se non fossi così ossessivamente preso da me stesso, da un libro come "Unbroken" e da un uomo come Louis Zamperini avrei tanto, ma tanto tanto da imparare e sui cui riflettere.
Prima di parlare del libro, voglio ribadire che lo consiglio e lo "stra" consiglio e sicuramente chi ha la passione per la corsa e lo sport lo potrà apprezzare ancora di più.
Unbroken è la biografia di Louis "Louie" Zamperini nata dalla penna di Laura Hillenbrand, la quale ha avuto la possibilità di scavare nella vita di Louie per sette anni attraverso settantacinque interviste e migliaia di domande. Lo stesso Zamperini disse "Quando voglio sapere cosa mi è successo in Giappone, telefono a Laura".
Giusto per contestualizzare, Louis Zamperini, morto nel recente 2014, nacque nello stato di New York nel 1917 da genitori italiani (semo er mejo).

"E poi c'era il fattore etnico. Nei primi anni Venti gli italiani a Torrance erano così disprezzati che quando gli Zamperini arrivarono in città, i vicini presentarono una petizione al comune perchè venissero allontanati"

Giovane e talentuoso "miler" partecipò alle Olimpiadi di Berlino 1936 nei 5000m piani.

"Detestava correre, ma gli applausi erano inebrianti e la prospettiva di averne altri fu un incentivo sufficiente perchè diventasse relativamente accondiscendente"


Stava coltivando duramente il sogno di correre nei 1.500m nei giochi olimpici successivi quando il secondo conflitto mondiale travolse l'umanità e lo costrinse ad abbandonare le scarpette chiodate e ad arruolarsi come puntatore tra le file degli "Air Corps". Nel 1942 il suo B24 precipita mentre era  impegnato nella ricerca di un aereo disperso nello sconfinatoo scacchiere del Pacifico. Da quel momento in poi, come dice il sottotitolo del libro, sarà "Sopravvivenza, Resistenza, Riscatto".
Come al solito non aggiungo altro, l'eventuale piacere della lettura e della scoperta non può essere negato. La rete scoppia di recensioni e riassunti di questo libro, dal quale tra l'altro è stato tratto anche il film.
Propongo una citazione che credo sia il punto nodale di questo libro:

"Forse la differenza era di ordine biologico: è possibile che alcuni individui siano programmati per l'ottimismo e altri per il dubbio....Forse le rispettive storie personali avevano determinato nei tre sul canotto diverse e contrastanti convinzioni sulle proprie capacità di superare le avversità"


  Sopratutto la prima frase mi ha fatto riflettere e la ritengo una grande verità, c'è gente che ha un così forte attaccamento e amore per la vita che è spinta naturalmente verso l'ottimismo. Io temo di essere stato programmato per il dubbio; non credo però sia di per se una caratteristica necessariamente negativa. Se si è dubbiosi vuol dire che sì è anche  abbastanza intelligenti per capire che la realtà è talmente complessa che  prendere fermamente una posizione, o guardare in una sola direzione equivale ad un atto di supponenza e di disonestà intellettuale.Tuttavia, ecco qui il punto, l'ottimista non è detto abbia ragione, però preferisce voltare lo sguardo alla vetta della montagna e non al dirupo.  Le probabilità di sopravvivenza dovrebbero teoricamente essere le stesse, però sicuramente la mente di chi guarda la vetta sorriderà e se poi è vero che fisico e spirito sono un tutt'uno, allora anche il resto del corpo ringrazierà. 
Ancora una volta mi si propone  un quesito: meglio ingannarsi e vivere felicemente o sforzarsi di cercare la verità per rischiare di vivere nella  disperazione? E' importante solo il fine o anche il mezzo?

sabato 6 giugno 2015

“Una mela al giorno toglie il medico di torno. Basta avere una buona mira.”



Il buon ortodontista svolge con scrupolo il suo lavoro, sembra una persona onesta e pratica.
Mi dice: "guarda Elia, la dentatura a me sembra a posto, forse questo leggermente, forse l'altro lievemente, ma sarebbero comunque cose appena appena, quisquilie, piccinerie. Io onestamente non farei, non andrei, non credo ne varrebbe la pena. Si potrebbe provare questo ma anche in quel caso non assicurerei. Io non "arei", "erei", "irei".
E poi la luce; arriva questo luminare, collaboratore di una importante squadra di calcio, una cinquantina d'anni forse più, un tipo sportivo, capello brizzolato, ben tenuto e meglio vestito.
Mi guarda. Solite domande di rito : "Cos'hai? Cosa fai? Quanto ne fai?".
Mi scruta la bocca, mi torce il collo a destra e a sinistra. Poi inizia ad esporre la sua certezza al dentista
: "vedi lui è chiaramente così, e quelli che sono così hanno le gambe fatte colà e colì".
Poi mi dice :" Lazzaro, alzati e cammina". "Ti fa male?". Rispondo di sì. "Quando ti fa male?". Dico che mi fa male quando muovo la gamba cosà e così. "Bene, ricoricati supino".
Va alla ricerca di un cartoncino me lo infila tra i denti, mi fa alzare il braccio. Lui spinge verso il basso e io devo opporre resistenza. Mi torce nuovamente il collo e rivolto agli atri medici presenti: "vedete, è già più morbido". Mi pare annuiscano...
"Bene" mi fa, "alzati e cammina" (in 2 metri quadrati). "Deglutisci, muovi la gamba cosà e così; "ti fa male?".
Io ho sempre il cartoncino infilato in bocca. La mia mente lavora a tutta per trovare un minimo sollievo, per discernere minime sensazioni; alla fine mi aggrappo ad una impressione di un millesimo di secondo ed accenno che forse il miglioramento c'è.
Il luminare mi fa ricoricare e ripete l'operazione di prima. Solo che questa volta non mento più e quando mi alzo di nuovo non c'è alcun miglioramento. Mi sento anche ridicolo e mi pare di avvertire la diffidenza degli altri medici.
Riproviamo 3 o 4 volte. Lui fa le sue operazioni, cambia la posizione del cartoncino, io muovo la gamba così e cosà ma il dolore proprio non se ne va.
Il luminare si ferma accigliato,pensa e poi..."no, ma comunque è come ho detto io".
"E' chiaro, lui ha un problema lì e questo comporta uno squilibrio là che poi fa venire l'infiammazione qua"
Il dentista: "sì, ma in pratica come facciamo?"
Il luminare: "eh, ma basta spostare questo su, quello giù e così sistemi quello lì e l'altro là"
E  il buon ortodontista: "però bisognerà vedere se c'è spazio per fare questo e per fare quello"
Il luminare è fermissimo quando afferma "è un nonnulla, per il vostro studio sono bazzecole"

Io con il mio cartoncino in bocca sprofondo sempre più nella poltrona. Ho già capito che non uscirò più da questo infortunio.


martedì 2 giugno 2015

All' Hôtel de Rambouillet..."Grandi Speranze"





TITOLO: Grandi Speranze
AUTORE: Charles Dickens
CASA EDITRICE: Garzanti Editore s.p.a
EDIZIONE: prima edizione digitale 2013
PREZZO: c.a. € 2,50
(questa versione presenta un finale revisionato. Dickens propose infatti due finali differenti, uno chiamato "finale originale" e poi la sua revisione che ha un po' più il sapore di "e vissero tutti felice e contenti")

Grandi speranze è un romanzo che cade a fagiuolo in questo periodo della mia vita.
Mesi fa il mio zapping si fermò su una rete che trasmetteva un film ambientato in epoca vittoriana.
Purtroppo il film era ormai iniziato e così potei farmi una idea solo approssimativa della trama; tuttavia restai incollato allo schermo grazie anche alla fascinazione per un personaggio, di cui dirò alla fine.
Nei giorno successivi qualche ricerca mi istruì sul fatto che la pellicola si intitolava appunto "Grandi Speranze", era un film del 2012 diretto da Mike Newell ed era la trasposizione dell'omonimo romanzo di Charles Dickens. Visto l'interesse suscitato decisi di leggere il libro.
L'opera è un romanzo di formazione, ossia vengono raccontate le vicende di Philip Pirrip, detto Pip, dal 1812 al 1840, ossia dalla sua fanciullezza fino all'età matura.
Proporre una trama avrebbe poco senso, dato che in rete se ne trovano numerose e meglio scritte di quanto potrei fare io.
Per contestualizzare posso solo dire che Pip è un orfano allevato dalla sorella e dal cognato, vive in un rurale paesino del Kent, vicino alle zone paludose alla foce del Tamigi. Durante l'adolescenza entra in possesso di una ingente fortuna grazie alla generosità di un anonimo benefattore. L'avvenimento accende in Pip inaspettate, quanto mai desiderate, speranze e rappresenta l'occasione per uscire dalla miseria e dall'ignoranza della provincia. Il protagonista è convinto che l'enigmatico benefattore sia in realtà Miss Havisham, una nobile che lo aveva preso sotto la sua ala protettrice. Tuttavia il passato si farà improvvisamente presente e si paleseranno verità che rimetteranno in discussione la nuova posizione sociale di Pip, le sue speranze future, i suoi valori e sentimenti.


Non sono un letterato ne ho la cultura necessaria per esprimere giudizi di qualche valore su un romanzo di tale caratura. Propongo solo le mie umili impressioni.
Come per altri romanzi ottocenteschi, ho trovato poco realistiche (sempre che si cercasse il realismo) le trame intricate e la complessità di relazioni che si vengono a creare tra i personaggi. Ci sono un sacco di coincidenze artificiose che francamente non apprezzo molto. Propongo uno stupido schemino che da l'idea del groviglio.


Detto ciò, le fotografie che la lettura della pagine sa trasferire alla mente è incredibile. Vividi fotogrammi della Londra ottocentesca e Vittoriana. Il tema "grandi speranze" è un tema potente, chissà quanti hanno nutrito grandi speranze e sono poi stati costretti a ridimensionarle o addirittura a metterne in discussione l'importanza. Per alcuni aspetti, il libro sembrerebbe ammonirci a non riporre nel futuro grandi speranze; in realtà credo che si voglia trasmettere il messaggio per cui le aspirazioni "sane" (come quelle di Herbert) e l'ambizione sono sacrosante, ma non devono rischiare di cancellare i veri valori. Insomma, banalmente, gli affetti veri e sinceri valgono più di qualsiasi ricchezza.

Helena Bonham Carter, interprete di Miss Havisham nel trasposizione cinematografica del 2012. Tra i suoi film anche "Frankenstein di Mary Shelley e Harry Potter in cui interpreta il ruolo della malvagia e pazza Bellatrix Lastrange.

Il mio personaggio preferito, quello nel quale più mi sono rispecchiato  ed il motivo che mi ha portato a leggere questo romanzo è Miss Havisham. Questa nobildonna pare sia ispirata ad un reale personaggio storico, tale "Eliza Emily Donnithorne (1827-1886) di Camperdown, Sydney, Australia, venne abbandonata dal fidanzato ilgiorno delle nozze nel 1846 e passò il resto della vita in una casa oscuratadalle tenebre, lasciando a marcire la torta nuziale sul tavolo, e con la portadi casa sempre aperta nel caso il fidanzato fosse mai tornato".
Ora, non mi si fraintenda, in confronto a Miss Havisham sono un dilettante, ma diciamo che certe logiche nell'elaborazione del dolore mi sono affini. Il voler mantenere la vita congelata al momento, all'attimo di secondo anteriore allo scoppio del dolore credo sia una immagine molto struggente.
Chiudo con alcune citazioni di questo libro, partendo proprio da una riferita a Miss. Havisham dalla quale traspare un preciso ritratto del personaggio.

"Ma sapevo altrettanto bene che, chiudendo fuori la luce del giorno, aveva chiuso fuori infinitamente di più; che nel suo isolamento, si era isolata da mille influssi naturali e salutari; che la sua mente, rimuginando in solitudine, si era ammalata, come accade e deve accadere e accadrà, a tutte le menti che invertono l'ordine designato dal loro Creatore. E come potevo fare a meno di averne pena, vedendone la punizione nella rovina che era, nella profonda inadeguatezza a vivere nel mondo che le era toccato, nella vanità del dolore che si era fatta mania dominante, come la vanità della penitenza, lavanità del rimorso, la vanità del demerito e altre mostruose vanità che sono le sciagure che affliggono il mondo?"

"fu portata qui (la torta). Ci siamo consumate insieme. Quella l'anno rosicchiata i topi, e denti più aguzzi di quelli dei topi hanno roso me"

"E non c'era obiezione o errore, perchè Pip così voleva il tuo cuore"

"Furia che viene, furia che va, Pip - così è la vita!"

"E allora cerca di capire una volta per tutte che io non starò mai bene, non potrò mai stare bene, potrò solo star male - adesso lo sai! - a meno che non riesca a vivere una vita molto diversa da quella di adesso"

"Ma una mente sconquassata ha bisogno di molto tempo per rimettersi insieme; e spesso, prima di aver risistemato tutti i pezzi, un pensiero vagante li disperdeva in ogni direzione"

"Sa Dio che non dovremmo mai vergognarci delle nostre lacrime, poichè sono pioggia sull'accecante polvere della terra che ci ricopre il cuore indurito".

"Ti dirò, disse,...cos'è il vero amore. E' devozione cieca, silenziosa umiliazione, sottomissione totale, fede assoluta contro se stessi e il mondo intero, abbandono del proprio cuore e della propria anima all'aguzzino"


"Avvilito e inquieto, a lungo fiducioso che l'indomani o la settimana successiva chiarissero la mia condizione, e a lungo deluso"

domenica 3 maggio 2015

VAE VICTIS!






Non doveva essere questo il tono del post.
Pian piano recupero la calma necessaria a scrivere qualche riga.
Due chiamate di amici sono state preziose a riordinare la mente.
Dopo 4 mesi di preparazione il traguardo non ci è stato. Ho dovuto rinunciare alla Mezza Maratona di Piacenza per la seconda volta in due anni.
Io so di essere un pessimo esempio di sportivo, non sono ne maturo ne stabile; come dice una canzone, sicuramente esagero e prendo le cose troppo sul serio per sentirmi più vero. Ma sono e voglio essere sincero e non ho intenzione di scrivere balle. Non sono la persona in armonia con se stesso e con lo sport che pratica e non mi interessa farlo credere.
Quest'anno ho cercato di fare le cose per bene, ho seguito un programma di allenamento, ma non è servito o bastato. L'ennesima beffa, un infortunio a 2 giorni dalla corsa mi ha costretto a staccare il numero dopo 3km.
Ripeto, sono un pessimo sportivo e forse anche un pessimo uomo.
La mia prima reazione, ed anche la seconda é sempre alzare furioso i pugni al cielo contro un destino cinico e baro.
Mi si dice "non è il tuo lavoro", "sei un amatore", " la vita é altro".
Bravi, bravissimi tutti quanti, però quello che alla sera fatica nel buio sono io, quello che tante volte deve scavalcare la stanchezza la poca voglia e l'affaticamento sono sempre io. La fatica la sento io come la sente un professionista e anche le delusioni, immagino
Mi si dice "lo sport è così, fatto di poche gioie e tante batoste" ; su questo sono d'accordo però mi segno che poche non vuol dire nussuna.

Da questa resa incondizionata che rimane? Per me rimarrebbe solo un vuoto che mangia dentro, ma per mia grande fortuna sono circondato da persone che sono anche grandi esempi. Non parlo di campioni, parlo di gente comune, amatori come me, con in più una famiglia o una azienda. 
La sconfitta fa male, e questa ha per giunta il sapore amaro della beffa. Non sono forte, le sconfitte mi mettono al tappeto facilmente ma in compenso ho sufficiente grinta per rialzarmi.
Qualcosa é da cambiare, perchè se l'infortunio è accaduto solo giovedì, ve ne erano le premesse giá da un mese, ma ora che devo guarire ci sará modo e tempo per riflettere.

Scusatemi, infine se cito miti di cartapesta, ma sfido a dire che non sia vero nello sport come in generale:

Ora ti dirò una cosa scontata: guarda che il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco e per quanto forte tu possa essere, se glielo permetti ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... così sei un vincente! (Rocky Balboa)

lunedì 13 aprile 2015

On the road again...the conquerors!

Presso Farini (Pc), il semaforo è verde!


Stasera durante una delle mie sporadiche pedalate mi veniva in mente la strofa di Fedez "certe cose sono come l'hiv, ce l'hai nel sangue", ed è vero certe cose fan parte di te, il seme attecchì in profondità, la pianta ha ormai radici forti e mai nessuno o qualcosa riuscirà a sradicarla.
Non credo che la nostalgia e l'essere convinto dei cambiamenti attuali siano in contrasto, ogni scelta comporta delle rinunce e tali rimangono anche di fronte ai nuovi benefici.
Mi veniva anche da riflettere su come ormai la bici per me sia uguale alle due dita di vino annacquato che concedevano a mio nonno a Natale, dopo anni di ubriacature. Ma questa è un'altra storia.
Oggi voglio parlare di una cosa che solo il ciclismo e poco altro ti possono dare. Non me ne voglia l'atletica, ma tra le tante sue virtù e qualità non può annoverare questa. 
Io la chiamo "L'appropriazione dei luoghi".
Il corridore corre contro il tempo che per sua natura non ha ne luogo, ne forma, ne epoca.
Il ciclista invece corre contro gli ostacoli materici delle conformazioni naturali o delle opere dell'uomo (come nel caso del pavè).
Il ciclismo è tradizione ma sopratutto è memoria dei luoghi. Si ricorda un record di Zatopek, poco importa dove avvenne; ma di Coppi si ricorda l'impresa alla Cuneo-Pinerolo, lo scatto di Pantani all'Alpe d'Huez, l'arrivo di Ballerini a Roubaix con la dedica sulla maglia "Merci Roubaix". Non è un caso che nel ciclismo ci siano uomini che ringraziano città e vincitori che ricevono per premio un pezzo di strada.

Foresta di Aremberg, muro di Grammont, Cauberg, Redoute, Mortirolo, Croix de Fer, Marmolada, Mont Ventoux sono nomi evocativi, hanno un loro spirito. Basta il loro sussurro per incutere timore ed emozioni, come avviene con i nomi delle cime e delle vie per gli alpinisti.
Il ciclista è un conquistatore di luoghi ed in quanto tale alla fine li sente suoi. Io sentivo miei gli appennini piacentini, e quasi mi infastidivano gli usurpatori che alla domenica percorrevano le valli durante la gita fuori-porta. Non potevano avere i miei stessi diritti di passaggio, io mischiavo quotidianamente sudore e speranze con il bitume di quelle strade, conoscevo ogni metro di quelle strisce d'asfalto, mi sentivo il Cortès della Val Nure. I centauri feriali sfrecciavano via in fretta, ma io al Lunedì ero ancora li ad ansimare in quell'aria

Ora non posso più accampare tali diritti, altri ormai battono quelle montagne, nuovi conquistadores verranno e se ne andranno. Io però il mio bottino ho fatto in tempo ad arraffarlo, un forziere di immagini, odori, sensazioni e ricordi che mi porterò sempre con me





lunedì 30 marzo 2015

29.03.15 - SANTANDER MEZZA MARATONA CITTA' DI TORINO





Mi ricordo quelle giornate d'agosto trascorse sulla costa adriatica, era la metà degli anni 90' e i grandi portavano al polso degli orologi meravigliosi. Erano gli orologi dei sub. La mia immaginazione restava rapita all'idea che quegli orologi fossero subacquei, con quelli addosso si poteva andare addirittura a 50m di profondità, ed erano svizzeri (dove però il mare non c'è). Mamma, che belli, tutti colorati, con la ghiera che girava per poter tenere il conto dei minuti di ossigeno nelle bombole. Che fortunati erano i grandi, mia zia aveva addirittura quello  con le pinne di squalo. Era proprio da sub, quello.
20 anni dopo un orologio del genere me lo ritrovo al polso, al via di una mezza maratona. Lo swatch scuba.
Nel frattempo ho imparato anche il nome del modello, prima era semplicemente lo swatch, però la mente di un adulto è insipida a volte anche triste. Quell'orologio smette di sembrare un oggetto tecnologico, al polso di intrepidi esploratori dei mari tropicali, e diventa un pezzo di modernariato di poco valore e di scarsa qualità costruttiva.
La mia noiosa mente di semi-adulto avrebbe voluto al polso il noioso Garmin, ma quest'ultimo era talmente annoiato da se stesso che sabato notte ha deciso di non caricarsi.
E allora via, mettiamoci al polso questo ridicolo scuba, utile come una meridiana, ma poi mi dico la gente ha sempre corso senza gps, ma poi mi rispodo, sì la gente, ma tu senza gps non ti lavi nemmeno i denti, e poi questo cavolo di fastidio alla bandelletta, proprio stamattina mi doveva saltare fuori?
Per fortuna lo sparo fa sparire queste paranoie e via, si va verso una corsa fatta solo di sensazioni. Teoricamente, dovevo fare una mezza controllata, ma io francamente non ne sono capace. Io quando mi attacco il numero urlo "all'arrembaggio" e mi metto il coltello tra i denti, sopratutto se la corsa è lontana da casa, sopratutto se devo spendere i danei per farla. Vorrà dire che gareggerò poco, ma quando gareggio, gareggio.
Il percorso è molto motivante, è all'interno di Torino, con partenza e arrivo in piazza S. Carlo, e già questo gli fa guadagnare dei punti. Nonostante abbia corso per quasi 16 km in solitudine la mia mente non si è mai annoiata; anche questo conta. la strada non è quasi mai completamente pianeggiante ma sale o scende leggermente, con anche qualche tratto sui "lastroni" e tra le rotaie del tram che un po' di fastidio lo danno.
Taglio il traguardo e ad un ragazzo che ho superato proprio sulla riga chiedo: che tempo hai fatto? sui 17 mi risponde. Però, bene, non l'avrei sperato. Alla fine tempo ufficiale 1:17.42, mio primato.

 Bene, avanti così.

martedì 24 marzo 2015

CINISMO DELLE 22 E 30




"Le verità cercate per terra da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali".
 Adoro questa strofa del Cirano di Guccini. Le mie ali però spesso cadono, si sciolgono come quelle di Icaro.
Io di amore non dovrei parlare perché quando ne parlo, parlo di ciò che non conosco. Ma all'amore mi viene naturale pensare, anche se questo mi fa sentire il Giacomo di Recanati che osservava la donzelletta
La schiatta della scimmia eretta sembra non avere altra ragione di vita che l'amore, le sue più grandi espressioni sono proprio legate a questo sentimento.
Quando però il sole mi scioglie le ali, inizio a pensare che l'uomo è un essere superbo ed illuso, avvolge con le parole più sublimi ed alte  ciò che forse è solo una delle tecniche di sopravvivenza più geniali adottate da un essere vivente.
 L'amore, fa incontrare le persone, le fa credere di essere una cosa sola, uniti contro le difficoltà della vita. L'amore, garantisce la continuazione della specie, offre ottime probabilità di sopravvivenza della prole. L'amore dei genitori fa sì che ci siano 2 individui che si occupino del cucciolo d'uomo, e se ne occupano ben oltre l'indispensabile aiutandolo addirittura a trasmettere il proprio patrimonio genetico e nella crescita della prole di lui. L'amore poi è in grado di compattare gruppi sociali che vanno oltre la consanguineità ed arriva addirittura ad unire intere nazioni contro minacce esterne.
L'uomo poi, ha una precisa idea del fine, del limite e della morte. Come può, povera creatura portare questo fardello tutto da solo? Ne deve condividere l'onere.
Vista sotto questa prospettiva l'uomo non sembra meno bestia degli altri animali.
Forse, sminuire così tanto o addirittura insultare la sacralità dell'amore, non ne rende meno fondamentale la ricerca.
Forse, il renderci conto della piccolezza di ciò che ci rende felici, non ne deve impedire il perseguimento.
Forse siamo davvero nullità, figurarsi cosa devono essere le cose che ci tengono in vita.

Forse, è meglio che calo, perchè a 190bpm non arriva molto ossigeno al cervello, e di conseguenza i pensieri ne risentono...